recensioni sparse:

 

- LE EROINE DI PUPPA - Gazzetta di Parma - stagione di prosa di Fiorenzuola - Valeria Ottolenghi

- PAROLE INCONTRATE -  IL PICCOLO, 13 luglio  2003 - Mario Barndolin

- SVEVO A VENEZIA -

- UN ATTORE FUORI LE RIGHE: PAOLO PUPPA IN "ALCESTI" - IL TEMPO - Carlo Rosati - 28.10.03

- VENIRE, A VENEZIA - GAZZETTINO, Domenica, 6 Aprile 2003 - Claudio Melchior

- VENIRE A VENEZIA - ALTRA RECENSIONE

- LAURA CURINO INTRODUCE "VENIRE A VENEZIA"

 

 GAZZETTA DI PARMA
 Felice avvio della stagione di prosa di Fiorenzuola

L'interessante incontro

con le «eroine» di Puppa
Tanto pubblico anche all'incontro pomeridiano, per La drammaturgia come
rielaborazione del mito, presso l'Auditorium San Giovanni di Fiorenzuola,
ad ascoltare Paolo Puppa, l'autore dei monologhi che, nella sera, al
Ridotto del Teatro Verdi, sarebbero stati interpretati, con il titolo
unificante Giuditta e Giovanna D'Arco. Eroine, ovvero donne innamorate di
Dio, da Caterina Vertova, felice di quell'invito teatrale, ha confessato
subito in quel piacevole confronto dialogico che aveva preceduto lo
spettacolo, sia perché, malgrado i fitti impegni televisivi, le crea sempre
molta emozione ritornare a recitare sulla scena, in particolare poi quei
testi che erano stati scritti proprio pensando a lei, sia perché era stata
nominata «madrina» di quella nuova, bella stagione che si trovava così ad
inaugurare, con tante persone attente, disponibili a riprendere con gioia
la bella abitudine di andare a teatro.
E l'assessore alla cultura Laura Torricella aveva aperto con un convinto,
lieto saluto ospiti e pubblico ricordando il senso, il valore di quella
rassegna, un vero e proprio «laboratorio di idee», incontri di qualità, già
fortemente teatrali, in attesa di inaugurare, nel 2004, il Teatro Verdi
restaurato. Un atto di coraggio. E il direttore artistico Paola Pedrazzini
ha ricordato le motivazioni delle scelte per i quattordici titoli in
programma tra gennaio e aprile, affiancati tutti da conversazioni, momenti
di approfondimento. Paolo Puppa, ordinario di storia del teatro e dello
spettacolo all'Università di Venezia e drammaturgo che ha meritato numerosi
riconoscimenti, ha quindi spiegato come Giovanna e Giuditta, due grandi
miti femminili ripensati con sentimenti e pensieri della contemporaneità,
fossero all'origine accompagnati da un terzo monologo, La sposa araba,
affiancando così tre emblemi della femminilità monoteista, tre culture
affini e differenti attraversate oggi a Gerusalemme, lì dove coabitano, da
un alto, dolorosissimo grado di tragicità. Puppa ha detto di aver pensato,
scrivendo queste brevi opere, in modo particolare alle donne kamikaze,
spesso giovanissime, pronte ad immolarsi ad un ideale, una scelta,
un'ideologia che le annulla come persone. Per Giovanna D'Arco e Giuditta i
drammi vengono rivissuti dall'interno ipotizzando fobie e paure, ansie e
passioni dall'imprecisato oggetto d'amore, salvo esprimere una voglia di
assoluto che spesso rende la donna enigma minaccioso per l'uomo».

 Tanti i riferimenti culturali, dalla Grecia antica alle ricerche sulla
cultura popolare di Ernesto De Martino, da Freud a Savinio. Ma Paolo Puppa
è eccellente conversatore, capace di affrontare temi complessi con una
fresca leggerezza. E grande è stata la fascinazione all'ascolto, un
bell'incontro che si è concluso con la lettura di due brevi frammenti delle
opere in questione, le ultime parole di Giovanna D'Arco che immagina di
dialogare con l'Angelo che l'ha lasciata sola, e di Giuditta che dialoga
con la testa mozzata di Oloferne: «I tuoi occhi sono sobbalzatiS parevano
chiedermi perché».

 Il prossimo, doppio appuntamento a Fiorenzuola è per sabato 18 gennaio,
con lo spettacolo al Ridotto Pasolini, Pasolini! di/ con Paolo Mazzarelli,
che nel pomeriggio converserà, sempre all'Auditorium San Giovanni, ore 17,
con Maurizio Schiaretti, critico cinematografico della Gazzetta di Parma,
un approfondimento sulla figura di Pasolini, regista, poeta, intellettuale
che continua ad essere un importante riferimento per la cultura italiana
dei nostri anni.

 Valeria Ottolenghi


VENIRE, A VENEZIA
GAZZETTINO, Domenica, 6 Aprile 2003


"Buon turbamento" dice ...            

"Buon turbamento" dice Paolo Puppa, ordinario di Storia del
Teatro all'Universitý di Venezia che ogni tanto offre se
stesso e la sua autoironia al palcoscenico, prima di calarsi
nell'affabulazione dei suoi "Deliri veneziani", la prima delle
serate di "ospitalitý" associate al trentaduesimo Palio
teatrale studentesco.

E in effetti Ë un po' turbante entrare in un modo cosÏ
diretto nella vita delle persone. Con la narrazione in prima
persona, con la forma dell'intervista, e con le parole che lo
stesso Puppa trae dal suo libro "Venire, a Venezia". Due le
vite scelte per la serata: un quarantenne giornalista
cattolico e un geometra sessantanovenne in pensione. Punto di
partenza, le loro case, in Campo della Bragola e in Campo
delle Carampane, case di Venezia che racchiudono oggetti e
ricordi, e sono come un castello dentro cui ci si ripara, o ci
si vorrebbe riparare, dal mondo. Un castello che, grazie alle
parole in libertý, alla verve dell'interprete, al contrappunto
del sassofono (di Antonio Della Marina), diventa trasparente e
emozionante, non pi~ difesa, ma mezzo per entrare
nell'intimitý delle persone.

La narrazione, quando decolla, ha un forte valore ipnotico.
Ed Ë proprio il legame tra le parole pronunciate da Puppa e
l'immagine che si crea nella testa dello spettatore, con la
conseguente emozione che ne scaturisce, a rappresentare il
senso e il valore aggiunto di un teatro che nega se stesso
(niente personaggi, niente finzione, niente scenografia) per
vivere tutto nelle parole dell'attore e nella testa dello
spettatore.

Certo, non è facile. Il crinale della noia Ë sempre in
agguato, ben coltivato dai ritmi solitamente non concitati che
le narrazioni assumono, e dall'assenza di stimoli forti. Ma
quando lo si sfugge con bravura (che in questo caso vuol dire
aderenza, sinceritý e partecipazione a quello che si narra)
come fa Puppa utilizzando anche una buona dose di leggerezza,
allora il risultato per lo spettatore puÚ essere insperato: la
sensazione Ë quella di avere provato una piacevole esperienza,
di avere incontrato un amico, di essere, dentro di sÈ, un po'
più ricchi. » più di qualcosa, per una semplice serata a
teatro.

Claudio  Melchior

 sabato 5 aprile 2003.



bella serata per il  ciclo di letture   Parole incontrate  
promosso dal Teatro Club e dalla Joppi Accademico e sorprendente attore
Il professor Puppa performer a Udine con le sue storie
veneziane

di                    MARIO BRANDOLIN

Curioso e singolare appuntamento quello riservato
giovedì sera alla sala Madrassi di Udine dal ciclo  di
incontri di lettura tra poesia e narrazione, Parole
incontrate, realizzato dal Teatro Club in occasione del 32°
Palio teatrale studentesco e dalla Biblioteca Joppi nell
ambito del Progetto Biblioteca & Scuola. Sul
palcoscenico, infatti, a leggere brani di un suo libro, un
distinto professore universitario, uno studioso insigne e
storico del teatro con una lunga serie di saggi alle spalle,
per una sera - ma pare che Paolo Puppa, direttore del
Dipartimento di arti e spettacolo dell  Università di Venezia,
di queste performances ne faccia parecchie, scatenato attore
e interprete. Una rivelazione davvero sorprendente perché in
quella di Puppa c'era l'eco di tutta la grande tradizione
attorale veneziana, e di quella di Baseggio in particolare.
Sicché quella che doveva essere una lettura piana e
illustrativa si è invece trasformata in una bizzarra e
divertente esibizione teatrale, dove a far da supporto alle
parole dette e solo a tratti lette, era soprattutto tanto da
prendere il sopravvento la capacità istrionica, mimica e
vocale, di Puppa di dare corpo, voce, espressione e
vivacissima caratterizzazione ai personaggi da lui stesso
creati. Che erano due creature delle dodici che compongono
Venire, a Venezia, un romanzo teatrale apparso lo scorso anno
per i tipi della Bompiani.
Dodici deliri veneziani, come recita anche il
sottotitolo, coi quali Puppa disegna una sorta di
segreto affresco di Venezia, attraverso le storie private
di dodici individui che si confessano davanti alla cinepresa
di un regista americano venuto a Venezia per filmare un corto
sulla fine più o meno prossima della città, destinata a
scomparire tra le acque. E sono storie di ordinaria
quotidianità, che finiscono per incrociarsi e svelarsi l  una
nell  altra e, come in una trama teatrale esemplare, raccontano
un universo di umana complessità e varietà, colto nel momento
più intimo, quello erotico amoroso, del suo darsi o donarsi
all  altra o all  altro tra le pareti rassicuranti della propria
casa, che il venire del titolo, prima della virgola, richiama
con sottile malizia e non troppo velata ambiguità. Puppa
l  altra sera ci ha presentato Lorenzo e Stefano. Giovane e
impegnato giornalista di Famiglia Cristiana il primo, geometra
quasi settantenne e un po'   in disarmo il secondo. Due mondi
opposti, appagato nella serenità persino stucchevole di una
famiglia modello quello di Lorenzo, piuttosto problematico
quello di Stefano, sconquassato da una vedovanza precoce e da
un figlio che impone dopo anni di assenza e violentemente, di
giorno e soprattutto di notte, la presenza sua e della sua
compagna nel piccolo appartamento. Entrambi però percorsi, con
una consapevolezza più o meno esplicitata, da un brivido di
disagio, da un senso precario dell  esistere, anche minacciato
da un mondo sempre più incomprensibile, sempre più in bilico
tra follia ed estinzione. Due figure in fondo abbastanza
emblematiche: il primo alle prese con una religione che non sa
dare spiegazione di tutte le ingiustizie e dei mali terribili
che affliggono l  umanità, il cui unico rifugio è la casa, ma
una casa chiusa al mondo esterno, dove abbandonarsi quasi
maniacalmente al tepore delle piccole virtù domestiche. Il
secondo drammaticamente inchiodato alla sua vecchiaia,
costrettovi proprio dall  indifferenza del figlio, quando lui
all  avanzare dell  età aveva opposto strenuamente un sistema di
vita salutista e sereno. Due figurine che la penna, ma
soprattutto l  interpretazione di Puppa hanno reso di grande e
coinvolgente umanità e verità, meritandosi l  applauso caloroso
e partecipe del pubblico



SVEVO A VENEZIA

A Murano, in campiello Svevo di Roberto Canziani   Un libro, una targa, un
opera d'arte in vetro ricordano gli anni in  laguna dello scrittore

MURANO - Si chiama campiello Italo Svevo. È uno slargo ben curato, tra
edifici rimessi a nuovo, erba rasata di fresco, lampioni color verde
brillante.  Non assomiglia a un campiello veneziano. Infatti, è un
campiello di Murano,  l'altra faccia della Venezia del turismo.

Murano è l'isola della piccola industria, Murano è silenziosa, Murano
lavora  instancabile dietro i portoni delle vetrerie. A Murano, Svevo ha
vissuto per una  quindicina d'anni. Malamente. Dall'altro ieri,
un'intitolazione toponomastica,  una targa e un'opera d'arte realizzata dal
mastro vetraio Carlo Moretti  ricordano quel soggiorno "coatto".

Murano, maggio 1899, Italo Svevo si chiama ancora Ettore Schmitz, ha
pubblicato senza successo due romanzi ed è sposato con una donna bella,
ricca  e viziata. Principe consorte e scrittore a tempo perso,
Svevo-Schmitz viene  confinato a Murano dai suoceri, Olga e Gioacchino
Veneziani, industriali,  specializzati in vernici sottomarine e depositari
della formula segreta che ha  fatto la fortuna dell'azienda di famiglia. A
Murano, la ditta Veneziani ha una  succursale e c'è bisogno di un
responsabile della produzione. Quel soggiorno,  quasi un sequestro, serve
anche ad allontanare il genero trentottenne dal  "vizio" della letteratura.

Di quei quindici anni in laguna si è sempre saputo poco. I muranesi per lo
più ignorano il passaggio nella loro isola del più grande scrittore
italiano del  secolo scorso. "Una lacuna nella laguna", l'ha definita Paolo
Puppa, che insegna  all'Università di Venezia, ha studiato con cura quegli
anni, ha messo insieme  brani dell'epistolario sveviano e di alcuni
racconti scritti a Murano, e ne ha  tratto un testo teatrale, portato in
scena da Alberto Lionello una decina d'anni  fa, poi da Mario Valgoi,
infine dallo stesso Puppa, e recentemente pubblicato  dalle edizioni
Helvetia.

A Charlton, sul Tamigi, dove la ditta Veneziani aveva un'altra succursale,
gli inglesi hanno eretto da tempo una targa che ricorda i numerosi viaggi
del  signor Schmitz in quelle terre. Mancava a Murano qualcosa di analogo e
solo la  caparbietà del professore veneziano è riuscita, con un uno sforzo
durato  parecchi anni, a portare a termine l'iniziativa. A colmare quella
lacuna in  laguna.

Il campiello Italo Svevo si apre nel luogo esatto dove cent'anni fa sorgeva
lo stabilimento Veneziani. Oggi è occupato da un decoroso condominio.
Edifici  color mattone con gli scuretti verdi circondano lo spazio d'erba.
Oltre il  canale si scorge altro verde: gli alberi e le piante di Sacca
Serenella. Sono i  colori che Svevo vedeva e descriveva nelle sue pagine.
Gli stessi che l'artista  Moretti ha riprodotto nei parallelepipedi di
vetro molati e rifusi che  sormontano la targa, scoperta ufficialmente
l'altro ieri dal sindaco di Venezia,  Paolo Costa. Scrive Svevo: "In
Serenella... bastava montare a un metro di  altezza per scoprire i laghetti
che si formavano nella palude, limpidi, i  contorni capricciosi. Alzandosi
magari sulla punta dei piedi gli scorci dei  canali lontani s'allargavano".

Ma l'idillio è solo narrativo. Diverse sono le giornate del direttore di
produzione Schmitz, pendolare tra Trieste e l'isola. Per lui Murano e Sacca
Serenella sono anche la morte e la desolazione degli operai che lavorano
nello  stabilimento, sono lo spettro del colera, sono il rumore assordante
e gli odori  velenosi che si alzano da forni e barili. Scrive in una
lettera all moglie  Livia: "Alle cinque di stanotte ero desto e inquieto
con davanti ai miei occhi  in danza bizzarra le mie caldaie vuote. Mi
girano così in testa ventilatori,  mescolatori e diavolo e peggio. I
ventilatori soffiano sul poco fuoco che m'è  rimasto, i mescolatori tirano
su dal fondo dell'anima triste che dimenticavo  tanto volentieri e i
condensatori rendono liquidi tutti i gas che ho avuto  sempre in testa..."

Aggiunge Puppa, commentando quegli anni da prigioniero: "Per tutto il
periodo  confinato alle spalle di Venezia, la sua gli appare una vita
snervante, per il  controllo assillante delle fornaci, marchingegni
complessi che danno ricchezza a  tutta la famiglia. Ore e ore sciupate
nell'attesa dei momenti caldi e miasmatici  richiesti dalle reazioni e
fusioni del preparato chimico, prodotto protettivo  contro le alghe, e per
il resto tutto un'altalena tra emozioni per il paesaggio  abbacinante delle
acque, sogni frustrati di gloria letteraria, nostalgia della  moglie
lontana e problemi quotidiani nella gestione imprenditoriale. E insieme  la
miseria dello scrittore ancora non riconosciuto, costretto a tenere la
penna  in esercizio, a farle i muscoli inviando epistole, missive
imbronciate e gelose  alla bella moglie lontana, messaggi di amore e di
rabbia, invocazioni di aiuto e  resoconti dal fronte".

Intanto, da Trieste, la suocera Olga controlla che il genero si tenga
lontano  dalla letteratura, e perfino dalla scrittura: "Tua madre Olga, del
resto, dice  che domani non ti potrò scrivere, perché quando si lavora non
si scrive". Eppure  è proprio in questo purgatorio che Svevo-Schmitz cova
le situazioni e i fantasmi  che agiteranno poi la coscienza di Zeno Cosini
e i sogni del signor Giovanni, il  protagonista della "Rigenerazione".

Passerà qualche anno, sopraggiungerà la Grande Guerra, lo stabilimento di
Murano chiuderà, Svevo tornerà a Trieste. Ma quella sosta purgatoriale
davanti a  Sacca Serenella comincerà piano piano ad agitare il demone
creativo del grande  romanzo psicanalitico, o nel caso della
"Rigenerazione", di un capolavoro  teatrale non ancora rivalutato.

Murano, luglio 2003, campiello Italo Svevo, scrittore ignorato. Si scopre
la  targa, si applaude l'opera d'arte, le televisioni filmano, il sindaco
ricorda il  destino industriale dell'isola, si brinda col prosecco veneto.
"Mamma, a cosa  serve questa festa?" domanda il bambino sul portone di
casa. Risponde la vicina:  "Xè che i ne ga cambià l'indirisso".





28.10.03

UN ATTORE FUORI LE RIGHE: PAOLO PUPPA IN "ALCESTI"


Nel Teatro italiano più bello del mondo, l'Olimpico di Vicenza, quello
costruito da Andrea Palladio e completato dalla scena fissa  dello
Scamozzi, mi è capitato di incontrare uno tra i più straordinari  attori di
oggi: Paolo Puppa. Professore emerito dell'Università veneziana, direttore
di un corso di drammaturgia, che lo diverte, nel quale invita i suoi
allievi a scrivere il quarto atto delle tragedie, quello mancante, Paolo
Puppa ha presentato la sua riscrittura dell' "Alcesti" di Euripide. Lui la
rappresenta nei panni di un uomo del Nord-Est di oggi, Admeto, il marito,
che beve whisky, avrà sicuramente una 2000 16 valvole, la villa, e parla
con Ercole che gli ha fatto questo regalo: ha ripreso Alcesti dall'Ade. Una
storia piena di umorismo, ma anche di attualità e di drammaticità grottesca
sul rapporto di coppia. Una pièce tutta da vedere, da ridere e sorridere. A
fare i complimenti a Puppa non ero solo, con me cera uno dei più grandi
registi internazionali: Luca Ronconi.

Carlo Rosati
critico de "Il Tempo"




VENIRE, A VENEZIA

Paolo Puppa è ordinario di storia del teatro all'Università di Venezia, con
numerose esperienze didattiche  in Europa e in Nord America.  Ha pubblicato
numerosi volumi di estetica e storiografia dello spettacolo, così come
monografie su Pirandello, Fo, Ibsen, Rosso di San Secondo,  studi sulla
regia e sulla drammaturgia moderna e contemporanea.   E' anche animatore e
organizzatore di laboratori e rassegne teatrali con grandi interpreti. Come
autore, si ricordano almeno "Saturno in laguna", Corbo e Fiore 1987 (suo
primo romanzo e vincitore del premio Enna-Savarese opera prima), e
"Famiglie di notte", Sellerio 2000. Ha all'attivo  vari adattamenti e
copioni allestiti in Italia e all'estero, tradotti in varie lingue. In
particolare, "Le parole al buio", divenuta anche opera  lirica, "Alida
volontaria", segnalato all'IDI '97," La collina di Euridice",  vincitrice
del premio Pirandello '98, "Zio mio" premio speciale della giuria al
Riccione '99, "Albe tre" e "Ponte all'angelo".

Dodici case parlano ad un intervistatore americano, giunto in laguna per
girarvi un corto sul problema dell'acqua alta. Negli States sono infatti
convinti che la Serenissima sia destinata a sparire in qualche prossima
catastrofe. Dodici case raccontano così segreti, aprono finestre a far luce
sui cadaveri negli armadi, emettono sussurri e grida a patto che le
interviste circolino solo al di là dell'Oceano. In una parola,  dodici
bizzarri personaggi, dodici veneziani eccentrici, ovvero i proprietari
degli appartamenti, situati in un ideale percorso, dalla Stazione al Lido e
alla campagna, liberano ossessioni e desideri malsani in una sorta di
confessione pubblica dei peccati, o  di analisi gratuita. Domus, home,
heimat, maison, ovvero spazio privato, appendice del proprio corpo, sesto
senso in cui si rifugia la paura di vivere nel mondo della persona. In più,
tra gli intervistati  si intrecciano relazioni triangolari, versioni
opposte di medesimi fatti, prospettive incrociate e contrapposte di storie
d'amore, di pulsioni attive e passive. Questo è  insomma "Venire, a
Venezia", dove la virgola è indispensabile quale cifra
urbanistica-turistica e insieme quale allusione alla  sessualità privata.

Il testo in questione  è intessuto di confessioni-  interviste, rilasciate
ad un documentarista americano che conduce un'inchiesta sull'acqua alta. Si
tratta   di personaggi  squinternati che  sproloquiano inventandosi vittime
del mondo e dei rapporti  parentali. Questi  soggetti disturbati
descrivono allo stesso tempo la propria abitazione e la propria esistenza,
in un clima ansioso e conflittuale. I registri utilizzati appaiono
grotteschi, ma i motivi del sottotesto   alludono   al crescente disagio
esistenziale della borghesia, piccola e media, a cavallo tra i due
millenni.  In più, tra gli intervistati  si intrecciano relazioni
triangolari, versioni opposte di medesimi fatti, prospettive incrociate e
contrapposte di storie d'amore, di pulsioni attive e passive. Questo è
insomma "Venire, a Venezia", dove la virgola è indispensabile quale cifra
urbanistica-turistica e insieme quale allusione alla  sessualità privata.
Nel caso specifico del "Geometra",  a parlare è un vecchio pensionato
veneziano,  vedovo e salutista, il quale confessa ansie e pruderies per la
presenza in casa del figlio  impegnato in una continua e rumorosa luna di
miele, mentre il giornalista cattolico Lorenzo affetta una sicurezza
produttiva e ottimista man mano sgretolata da un' eccentrica dimensione
luttuosa.



INTRODUZIONE DI LAURA CURINO al volume Bompiani Venire, a Venezia

 Uno crede che per raccontare una buona storia si debba sopratutto saper
scrivere. Ma non è così.
Certo scrivere bene è necessario, ma non basta.
Bisogna saper ascoltare. Questo è essenziale.
Le storie non arrivano, se non ascolti. Le storie non te le cerchi
"dentro", nell'ipotetico spazio dell'invenzione e dell'ispirazione.
Le storie arrivano da fuori, dal mondo.
Arrivano sottoforma di voci confuse come una spazzolata sulle frequenze
radio, spiegazzate come fogli in un immenso cestino della carta straccia.
Chiedono un orecchio fine per essere selezionate e decifrate, per poi
essere dispiegate in bell'ordine e in forma precisa.
Ma se non sai ascoltare, mi sa che ordine e forma non servono a nulla.
Paolo Puppa, viaggiatore di lungo corso, studioso  e professore di teatro,
scrittore, conferenziere impetuoso nel convivio artistico e in quello
accademico, evidentemente possiede questa dote dell'ascolto.
Quando leggi questi monologhi, scopri che i personaggi rispondono genero
samente all'ascolto dell'autore, raccontandogli cose che a te non
confiderebbero mai.
Mi sono chiesta spesso leggendo questi ed altri scritti di Puppa: "Ma dove
sono queste persone, in quale luogo sono, quando gli si offrono così
disarmate?".
Mi chiedo dove si sono incontrati, autore e personaggi. Forse in viaggio,
di notte, visto che da sempre treni e voli notturni sono grandi alvei di
confidenza e confessione.
Confessione. Ecco, magari in qualche chiesa veneziana c'è un confessionale
ospitale in cui l'autore si infila a tradimento per dare assoluzioni
gentili, in cambio del patrimonio di racconti che filtra dalla grata...
Poi torna a casa e stende le narrazioni con la sicurezza del suo mestiere e
le intreccia in modo sorprendente, così da suggerirti che sotto l'affanno e
l'isolamento di tutti questi esseri umani c'è una trama, un interecarsi di
fili che danno senso a questo sbattere di ali.
Ma Paolo trova anche l'espediente per convincere i personaggi ad esporsi
completamente, anche di fronte a te, perfetto estraneo: la telecamera.
Immagina cioè che una televisione americana stia facendo un servizio su
Venezia, riprendendo alcune case e intervistandone gli abitanti.
Secoli fa ci si doveva accontentare di sezionare cadaveri. Nel primo
teatrino scientifico, a Padova, illustri professori rivelavano i segreti
dei corpi agli studenti assiepati sulle balconate, pronti a far sparire il
cadavere in fiume se qualcuno li avesse scoperti.  Adesso è la telecamera
il bisturi più potente. Nessun corpo sembra resistergli.
L'interno è svelato fino ai visceri, in condizione di resta totale.
Col gusto di esporsi.
Col gusto di soffrire.
E forse anche col sollievo che dà l'essere finalmente usciti allo scoperto,
l'aver detto ad alta voce davanti al video, ciò che a stento si poteva
confidare ad uno solo.
Certo, il servizio sarà trasmesso in America, che è come dire all'altro
mondo, ma chissà che almeno all'altro mondo non ci sia qualcuno in grado di
comprendere tutta questa vita struggente, riassunta con crudeltà e
tenerezza.
 A me, lettrice, resta caro l'averli conosciuti per interposta persona: la
prossima volta che andrò a Venezia, voglio andare a cercare le case di
Lorenzo, di Andrea, di Susanna, del Geometra, del Bibliotecario, del
Ricercatore..., vedere dove abitano, passeggiare per le loro strade.
Non cercherò la casa di Cristina, la più amata, perché ho troppo timore di
lei. Avrei voluto incontrarla al tempo in cui giravo Venezia in zaino e
sacco  a pelo, adesso temo non mi inviterebbe a salire. E ne patirei.
Magari, attraversando le calli e i campi, potrei imbattermi anche negli
altri, le comparse, le voci minori, di cui Paolo parla appena.
Mi piacerebbe ascoltare anche loro.
A cominciare da tutti quei bambini: quello malato, quelli sani, quelli
morti. E poi i genitori disprezzati e il padre gaudente, la madre col
pappagallo, il nonno albergatore a Jesolo e quello musicista, i fidanzati
traditi, le amiche ricche, le amiche infermiere, Grete incinta di un
uruguayano e lo scrittore americano a una festa della Biennale, il
pescatore che non era un pescatore, ma un imprenditore commerciante di
pesce...
Di tutti vorrei sapere la follia e gli incroci con le follie degli altri.
Così sono le storie: se le ascolti, le sai raccontare, e se le racconti
bene, te ne chiedono altre.

Laura Curino

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